L’uscita dall’Europa del Regno Unito ha fatto scalpore, anche per le conseguenze incerte, uno scenario nuovo in cui si fa fatica a capire il da farsi, proprio perché è la prima volta che accade. Ma se anche l’Italia adottasse una scelta simile cosa accadrebbe?
Quel che è certo è che parliamo di una scelta meramente politica, dettata esclusivamente dagli interessi di chi ci governa.
È difficile stabilire le conseguenze di un’eventuale uscita dall’euro dell’Italia, la prima cosa che balza subito è che si dichiarerebbe ufficialmente il decesso della moneta unica e un arresto al progetto di integrazione degli Stati europei.
L’Italia è uno dei membri fondatori dell’euro e la terza economia dell’area.
Ritornare alla vecchia lira porterebbe ad avere ripercussioni pesantissime sulla nostra economia e una serie di conseguenze.
Avremmo una enorme svalutazione nei confronti delle maggiori valute internazionali. È vero che questo ci consentirebbe di avere competitività sui mercati esteri riproponendo il nostro export, ma il rovescio della medaglia prevede che ci ritroveremmo a pagare una bolletta energetica salatissime in quanto saremmo costretti a comprare petrolio e gas pagandoli in dollari, avendo, di fatto, una moneta fortemente svalutata nel cambio.
Il nostro debito pubblico è stato ricalcolato in euro e questo significa che, se l’Italia facesse un passo indietro nell’euro, questo sarebbe di gran lunga maggiore da rimborsare.
Insomma, ad attenderci non ci sarebbe un futuro roseo ma una crescita economica fatti di stenti, emarginati dai nuovi mercati di altre realtà in espansione.
Il ritorno alla lira comporterebbe una svalutazione che oscilla tra il 20 e il 30 per cento con conseguente balzo in alto del costo delle materie prime, soprattutto petrolio e gas, scenderebbe il valore di case e terreni. La svalutazione, in Italia, potrebbe pesare moltissimo per gli italiani.
Con l’uscita dall’euro il potere d’acquisto e il valore in termini reali scenderebbe; l’inflazione impazzirebbe e non si potrebbe colmare un aumento delle rendite sulla liquidità depositata in banca. Quindi un consistente aumento dell’inflazione e dei rendimenti in banca provocherebbero la perdita di alcune decine di miliardi di euro per i conti correnti bancari e postali
Anche i titoli di stato si svaluterebbero pesantemente, il ribasso delle quotazioni varierebbe in funzione al rendimento nominale delle cedole e in base alla loro scadenza. I titoli triennali crollerebbero, ma anche i decennali di circa il 20 per cento.
Il passaggio alla lira dall’euro creerebbe cambiamenti anche a chi ha contratto un mutuo e ha delle rate residue da pagare, questo perché gli stipendi e conti correnti verrebbero convertiti in lire istantaneamente così come il mutuo e la svalutazione abbatterebbe il valore reale del mutuo residuo da rimborsare. Ci sarebbe una corsa al passaggio al mutuo variabile che sono indicizzati all’Euribor, un tasso indipendente dalla valuta italiana che resterebbe basso anche in caso di un’uscita dall’Euro da parte dell’Italia apportando un ulteriore vantaggio al contraente del mutuo che dovrà pagare un importo svalutato e aggravato di interessi bassi rispetto all’inflazione italiana che sarà piuttosto sostenuta nei primi mesi dopo il passaggio.
Alla luce di quanto detto, anche un bambino capirebbe che il primo risultato dall’uscita dall’Euro sarebbe una enorme svalutazione della lira e l’unico beneficio, notevole, sarebbe la competitività che si riacquisterebbe sui mercati esteri con l’aumento delle esportazioni. Quest’ultima argomentazione è considerata la causa del nascere della crisi economica dell’Eurozona, cioè il deficit commerciale registrato dai paesi periferici dell’area, come l’Italia.
Il ritorno alla lira, con conseguente svalutazione (infatti il rapporto non è di parità 1 : 1 ma inferiore) porterebbe ad una parità di tipologia e qualità di merci vendute sui mercati esteri incrementando una fetta di mercato italiano attraverso un aumento della quantità di beni venduti all’estero, migliorando nettamente il saldo della bilancia commerciale che si trova in negativo a causa dell’importazione netta di beni energetici. Ma l’altra faccia della medaglia è un effetto negativo sulle importazioni, in quanto un aumento del valore dei beni acquistati all’estero provocherebbe un peggioramento del saldo dei debiti esteri.
Il problema non sono tanto le esportazioni, in quanto l’Italia è l’ottava esportatrice mondiale e solo seconda in Europa, dopo la Germania e ha una quota sull’export internazionale pari al 3,0%. Ma il rischio della svalutazione in caso di uscita dell’Euro sta in un possibile aumento del valore dell’energia importata, la quale entra in maniera considerevole nel paniere dei beni che misurano l’indice dei prezzi al consumo, cioè il principale deflatore dei salari reali.
Un aumento dell’indice dei prezzi al consumo porterebbe ad un’ulteriore diminuzione dei salari reali, già in netta discesa negli ultimi anni. Questa un’eventualità da trattare con i guanti gialli, in quanto una situazione distributiva già particolarmente a sfavore delle classi medio-basse non ha bisogno di essere alimentata.
Una nota positiva di un possibile ritorno alla lira è quella di riacquistare autonomia decisionale in materia di politica fiscale e monetaria. Si potrebbe rompere quel rapporto con l’autorità monetaria europea, in maniera tale da poter rompere i vincoli alla spesa stabiliti da Maastricht e le barriere economiche e istituzionali imposte dalla BCE nel poter operare come prestatore di ultima istanza. Questo significa più spesa pubblica e di fatto maggiore occupazione, produzione e reddito. Si potrebbero prendere decisioni in autonomia e nell’interesse collettivo.
Ma, considerando gli aspetti positivi di un ritorno alla lira, è semplice fare una scelta del genere?
Dopo il dollaro, l’euro è la seconda valuta di riserva per le banche centrali di tutti i paesi del mondo e la sua rottura potrebbe provocare non solo la crisi dell’Unione Europea ma anche una crisi geopolitica internazionale. Per questo motivo l’euro è sostenuto, in quanto valuta internazionale non competitiva nei confronti del dollaro, anche dagli Stati Uniti d’America.
Dobbiamo ipotizzare che l’ingresso nell’euro sia stato un errore, una forzatura controproducente, una trovata delle classi dirigenti nazionali per cercare di vincolare l’economia italiana a quella europea, di tenere a bada l’inflazione e i sindacati, e di domare il lavoro e la spesa pubblica. Ma l’euro non ci ha protetto dalla speculazione internazionale.
L’Unione Europea si fonda soprattutto sulla moneta unica, sull’euro. Una moneta unica per 18 paesi diversi su ogni piano. La moneta unica era nata per unire l’Europa ed è diventata lo strumento principe di una politica neo-coloniale che le élite finanziarie e industriali tedesche e dei paesi del nord Europa conducono per egemonizzare l’Europa. Impedendo le svalutazioni competitive ai paesi deboli e la rivalutazione monetaria dei paesi forti, l’Euro ha favorito la Germania che ha potuto esportare manufatti e capitali in tutti i paesi europei, indebolendoli e indebitandoli. I deficit commerciali dei paesi deboli hanno generato i debiti verso i paesi forti. E i paesi creditori comandano. I trattati europei imposti dalla Germania (Maastricht, Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack) sono sempre più soffocanti. La UE e la Troika (UE, BCE, FMI) prevalgono sulle decisioni sovrane dei parlamenti e dei Governi e ci impongono controriforme (del lavoro, del welfare, del sistema fiscale ecc.), che uccideranno la nostra economia e quel che rimane dello stato sociale.
Allora che cosa succederebbe in caso d’uscita dell’Italia dall’euro? La risposta dunque non può essere meramente economica e quindi imprevedibile ma deve essere legata a fattori politici che non prevedono solo situazioni oggettive di contesto, ma che sono anche soggettivi, dipendenti dalle lotte sociali e politiche.
La situazione sarebbe diversa se la rottura fosse concordata con la UE e con la Germania o se invece fosse unilaterale; se avesse il consenso o solo la neutralità delle potenze globali o regionali extraeuropee, come gli Usa, la Cina, la Russia o se invece le grandi potenze saranno contrarie.
L’Italia, quale potenza industriale e manifatturiera con vocazione esportatrice, potrebbe più di altri paesi beneficiare dall’uscita dall’euro e dalla conseguente svalutazione della lira, non avrebbe bisogno della finanza internazionale e della BCE per sopravvivere e prosperare. Ma ahimè, i nostri problemi derivano innanzitutto dalla necessità di finanziare la montagna di miliardi di euro di debito pubblico verso l’estero con le tasse dei cittadini o con i tagli di spesa.
Senza il peso del debito pubblico verso l’estero non ci sarebbe bisogno di aumentare il deficit, con la svalutazione della lira, l’economia diventerebbe più competitiva, gli investimenti e la produzione riprenderebbero, l’occupazione nel medio termine riprenderebbe a crescere. Dopo la svalutazione iniziale anche i redditi di lavoro aumenterebbero. In questo senso l’ipotesi di uscire unilateralmente dall’euro ristrutturando i debiti verso l’estero avrebbe un senso economico apparentemente positivo.
Dovremmo considerare la svalutazione della moneta come un riallineamento dei prezzi verso l’estero.
Ma tutto questo è davvero improbabile perché non vengono valutati a fondo gli aspetti politici e internazionali della questione. Le valutazioni puramente economiche e limitate all’ambito nazionale non sono sufficienti. Nessun modello econometrico e quantitativo potrebbe stabilire che cosa succederà realmente se un paese come l’Italia, uscisse dell’euro. Le conseguenze dipenderebbero dalle condizioni internazionali e nazionali sia sul piano economico che soprattutto sul piano politico e sociale.
Come abbiamo detto sopra l’Euro rappresenta l’euro è la seconda valuta di riserva per le banche centrali di tutti i paesi del mondo, quindi molti stati hanno un interesse economico a salvaguardare l’euro, cioè la loro seconda valuta di riserva dopo il dollaro. Una drastica svalutazione o la rottura dell’euro potrebbero comportare terremoti per quanto riguarda le riserve valutarie di Stati come Cina, Russia, Giappone, India e Brasile. Inoltre agli Stati Uniti può convenire di mantenere l’euro come moneta internazionale debole, cioè come improbabile alternativa al suo dollaro, cioè al dollaro che può stampare all’infinito per pagare i suoi debiti e comprare ciò che vuole nel mondo.
Oppure agli Stati Uniti potrebbe convenire la rottura improvvisa dell’euro e il conseguente caos europeo solo per motivi geopolitici: per esempio per evitare che la Germania e l’Europa si avvicinino troppo alla Russia.
Forse, l’euro non conviene all’Italia, né alle sue industrie, né alle sue banche, né ai lavoratori né al ceto medio, né al sud né al nord.
Tuttavia una volta entrati nella moneta unica è molto difficile uscirne senza danni e senza sofferenze, proprio perché l’euro è una valuta di riserva mondiale e non una moneta nazionale qualsiasi. La rottura dell’euro, soprattutto se non concordata, avrebbe delle conseguenze economiche e geopolitiche enormi.
Tutto ciò che è stato sopradescritto è solo ipotetico a quello che potrebbe accadere se l’Italia uscisse dall’euro ma quel che resta realmente è la convinzione che il governo italiano trovi un modo per perseguire una via di uscita dalla crisi.
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