Pensione: chi è costei?
I lavoratori, durante la propria attività lavorativa, rinunciano ad una quota della retribuzione per garantirsi una rendita per quando non saranno più in grado di lavorare. La pensione nasce dall’esigenza di rimuovere i singoli soggetti dal bisogno che deriva dal non essere più in grado di procurarsi mezzi economici necessari e lo Stato dal doversi prendere cura di cittadini sprovvisti di tali mezzi.
Le pensioni si determinano sulla base di rapporti assicurativi e sono finanziate con il prelievo contributivo, in altre parole, ogni lavoratore, sia dipendente sia autonomo, pubblico o privato, deve essere obbligatoriamente iscritto al rispettivo ente previdenziale, al quale vengono versati periodicamente i contributi previdenziali. Tali contributi versati nel corso della attività lavorativa determinano, quando questa finisce, una rendita mensile il cui importo dipende dal numero e dall’entità dei contributi.
Esistono diversi tipi di pensioni. Quella più conosciuta è sicuramente la pensione di vecchiaia, che spetta al compimento dell’età pensionabile, a condizione che sia stato versato un numero minimo di contributi.
C’è la pensione di anzianità, che è una forma di pensionamento anticipato per chi raggiunge un numero di anni di contribuzione più elevato.
Queste prestazioni spettano in parte anche ai familiari del pensionato in caso di morte: e si parla, tal caso, di pensione ai superstiti.
Se l’importo della pensione calcolato sulla base dei contributi versati è inferiore ad un determinato importo minimo, c’è l’intervento dello Stato che, attraverso l’INPS, integra in parte la pensione di chi non ha altri redditi.
Infine, esistono altre forme di prestazioni, definite assistenziali, per chi non ha altri mezzi di sostentamento.
Ma vediamo cosa è cambiato o cambierà nel sistema pensionistico.
L’argomento ”pensioni” è l’argomento con più divergenze ed è il più conteso degli ultimi tempi, in forza della Riforma, voluta dal ministro Fornero, nel 2011 che, tra le molteplici problematiche generate, ha creato anche i lavoratori esodati, molti dei quali sono rimasti, ancora oggi, senza pensione né stipendio. Gli Esecutivi che sono seguiti in questi anni non hanno ancora trovato una soluzione per far quadrare i bilanci e per garantire una vecchiaia dignitosa a chi ha dedicato la propria vita al lavoro.
Ultimamente l’argomento “pensioni” ha avuto di nuovo i riflettori puntati con l’idea di intervenire sulla Legge Fornero per la prossima Legge di Stabilità, prevista per la fine del 2016.
La Riforma Fornero entrò in vigore nel gennaio 2013, e apportò profondi cambiamenti al sistema pensionistico, ora i tecnici gettano le basi per modificare la Riforma Fornero con l’intento di introdurre nuove forme di flessibilità in uscita, che rendano ammorbidiscano i paletti della suddetta Riforma Fornero senza gravare eccessivamente sulle casse dello Stato.
Di seguito i punti base delle modifiche:
- Pensione anticipata volontaria: parliamo di un prepensionamento da tre anni prima, rispetto agli attuali 66 anni e 7 mesi, con un meccanismo di prestito privato. In altre parole il lavoratore percepirebbe un trattamento, finanziato dalle banche ma che viene erogato dall’INPS, da restituire nel momento in cui matura la pensione e proporzionale agli anni di anticipo, con una decurtazione dell’assegno previdenziale, anche sulla parte retributiva dal 15 al 30%, progressivo rispetto al reddito pensionistico.
- Disoccupato non pensionabile perché troppo giovane: riceverebbe un trattamentofinanziato dallo Stato.
- Esubero per ristrutturazione aziendale: sarebbe l’impresa a finanziare il trattamento per gli anni che mancano al lavoratore per andare in pensione.
Abbiamo detto che nella prossima Legge di Stabilità 2017 ci sarà l’Anticipo Pensionistico (APE) e vediamo come funziona
I nati tra il ’51 e il ’55 potranno anticipare l’uscita dal lavoro fino a 3 anni prima rispetto alla soglia di vecchiaia. Questo grazie all’introduzione del nuovo prestito pensionistico (garantito dalle banche) che dovrà essere restituito nel corso di 20 anni.
Nonostante la rata potrà far derivare una riduzione della pensione piena potenziale che potrà arrivare fino al 15%, i lavoratori in situazioni particolarmente disagiate, ad esempio i disoccupati di lungo corso, subiranno penalizzazioni minime, se non addirittura azzerate: in questo caso infatti la “decurtazione implicita” dell’assegno dovrebbe essere al minimo per effetto di più alte detrazioni fiscali, differenti a seconda dei casi.
Queste ultime, da regolare anche tenendo conto del reddito e della categoria di appartenenza del singolo lavoratore, dovrebbero riuscire a contenere l’effetto dell’anticipo sull’assegno. Lo Stato, comunque interverrà per i soggetti più deboli , facendo leva sulle detrazioni fiscali, si farà carico non soltanto degli interessi ma anche di una porzione del capitale, cioè della decurtazione potenziale della pensione.
Il montante pensionistico sarà quello raggiunto al momento della richiesta dell’anticipo, non si dovrebbero infatti computare i 3 anni di contribuzione ancora mancanti per poter raggiungere la soglia di vecchiaia. Il coefficiente di trasformazione utilizzabile, sarà quello riguardante l’età di vecchiaia.
L’intervento sperimentale riguarderà il triennio dal 2017 al 2019, e riguarderà gli over 63, cioè i nati tra il 1951 e il 1953.
A fine del triennio sperimentale, l’operazione potrebbe diventare permanente.
Ricapitolando possono scegliere l’anticipo pensionistico i nati fra il ’51 e il ’55, cioè coloro a cui mancano al massimo tre anni al raggiungimento della pensione di vecchiaia. L’opzione per la flessibilità in uscita sarà esercitabile da lavoratori con almeno 63 anni e 7 mesi (62 anni e 7 mesi per le donne del settore privato) a partire dal 1° gennaio 2017.
Riceveranno un trattamento fino al raggiungimento della pensione vera e propria, che poi restituiranno con ammortamento ventennale tramite decurtazione dell’assegno previdenziale. Gli interessi del prestito saranno a carico dello Stato. E se il lavoratore muore prima di aver restituito il prestito pensionistico agli eredi non sarà richiesto nulla.
Il taglio massimo, nel caso di ritiro anticipato di tre anni, è quantificato tra il 2% e il 15% della pensione piena. Le variabili in gioco sono; periodo di anticipo, reddito e situazione lavorativa. E’ poi previsto un sistema di detrazioni fiscali che ammorbidisce o azzera (ad esempio per i disoccupati) la decurtazione dell’assegno. Ricordiamo che per categorie di lavoratori particolarmente disagiate, come i disoccupati di lunga durata, la Riforma Pensioni prevede un prestito non finanziato dalle banche ma dallo Stato.
L’assegno che si verrebbe a percepire, tuttavia, non costituirebbe una vera e propria pensione ma una sorta di finanziamento garantito dalla futura pensione che il lavoratore potrà riscuotere quando sarà il momento.
Possiamo dire che il debito dovrebbe essere restituito con una formula simile a quella della cessione del quinto della pensione.
I problemi relativi per questa formula, in realtà, non sono pochi. Il rischio maggiore è, infatti, che il costo della previdenza sia semplicemente spostato dallo Stato alle banche e ai lavoratori.
Infatti in caso di morte prematura del pensionato il debito con la banca potrebbe venire saldato da un’assicurazione stipulata dallo stesso pensionato, però l’operazione ovviamente comporterebbe comunque un costo. I soggetti che dovrebbero pagare i contributi figurativi per i 3 anni di anticipo, se di fatto questi non dovessero essere pagati, la pensione diminuirebbe ancora di più. Il costo degli interessi bancari sull’assegno anticipato pagati dal lavoratore aumenterebbe il costo dell’operazione. E infine le banche potrebbero rifiutarsi di aderire all’idea e non concedere il finanziamento per le garanzie che dovranno essere offerte.
Tecnicamente, il montante pensionistico su cui si calcola la pensione sarà quello raggiunto alla richiesta di anticipo, mentre il coefficiente di trasformazione è quello relativo al raggiungimento dell’età di vecchiaia. Il trattamento è frutto di un finanziamento bancario erogato dall’INPS. E’ previsto un contratto di assicurazione sul prestito, che copre ad esempio il rischio di decesso del pensionato prima dei 20 anni di ammortamento, senza costi per il pensionato, al quale non possono essere chieste garanzie reali.
Staremo a vedere cosa succederà dal 1° gennaio 2017 nella nuova Legge di Stabilità e se le considerazioni fatte troveranno fondamento oppure no.
Invece cosa sono le “buste arancioni” che negli ultimi tempi hanno trovato posto nelle nostre cassette della posta?
La busta arancione dell’INPS è il sistema creato dall’Istituto previdenziale che consente ai lavoratori di simulare la propria pensione futura sulla base dei parametri che ne determinano l’importo, cioè quanto finora versato, la retribuzione attesa, la data di ritiro dal lavoro.
Il servizio ha lo scopo di rendere consapevoli i lavoratori rispetto alle reali aspettative sul proprio tenore di vita futuro. Le pensioni che verranno saranno mediamente più basse rispetto a quelle delle generazioni precedenti, essendo basate sui contributi effettivamente versati (sistema contributivo) e non, come in passato, sui redditi degli ultimi anni (sistema retributivo).
La busta è di colore arancione come il plico inviato ai cittadini svedesi già 20 anni fa. Essa sarà ricevuta dai lavoratori dipendenti del settore privato (compresi i domestici), i lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, Coldiretti), ex Inpdap, gli iscritti alla gestione separata, i ferrovieri, e altri fondi speciali e agricoli e per i dipendenti pubblici l’Inps sta stipulando convenzioni con la pubblica amministrazione per l’invio insieme alla busta paga.
I calcoli contenuti nella busta non sono precisi in quanto le variabili di cui tener conto sono tante, tra cui:
- la carriera lavorativa dell’interessato;
- la crescita del suo reddito;
- L’andamento del Prodotto interno lordo (Pil), cioè il tasso di crescita dell’economia nazionale, e dell’inflazione. Il servizio on line dell’Inps ‘La mia pensione’ ipotizza un aumento annuo del Pil dell’1,5% con la possibilità di scendere all’1%, ma non meno.
Il tasso di sostituzione è l’elaborazione del futuro assegno pensionistico. Con il termine si intende il rapporto tra l’ultimo stipendio/reddito e il primo importo della pensione. Secondo stime dell’INPS, circa il 60% degli assicurati riceverà sorprese negative, ovvero chi ha effettuato versamenti modesti o ha versato contributi a singhiozzo potrebbe avere un tasso di sostituzione anche inferiore al 50%.
La busta arancione dimostra la volontà dell’INPS di porsi in modo concreto e chiaro verso la situazione previdenziale degli assicurati. Purtroppo però rischia di diffondere proiezioni poco attendibili e non fornisce agli assicurati una strumentazione adeguata di consulenza sulla propria posizione.
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