In questi giorni siamo bombardati da notizie, discussioni e trasmissioni televisive che hanno un unico argomento: la riforma delle pensioni.
Si sta studiando la procedura migliore per garantire un futuro dignitoso a chi ha versato contributi per una vita e adesso vorrebbe godersi quel che resta della propria esistenza con serenità.
Allo studio c’è l’ipotesi di attuare tutte e due le misure sulla quattordicesima per le pensioni minime e quindi un assegno più alto e un più vasto numero di soggetti inclusi, per arrivare più vicino alla soglia dei mille euro di pensione.
Allo stato attuale la quattordicesima oggi si aggira fra i 336 e 504 euro e questo significa circa 40 euro al mese, l’ipotesi è quella di raddoppiare, cioè 80 euro in un’unica soluzione. Questo vuol dire ritrovare, nel cedolino della pensione, 80 euro che nel 2015 sono stati riconosciuti ai dipendenti e negati ai pensionati, poi stabilizzati con la manovra 2016.
Per il momento la quattordicesima è riconosciuta alle pensioni minime fino a 1,5 volte il minimo vale a dire 9.786,86 euro lordi all’anno, per coloro che hanno più di 64 anni di età. Aumentare il tetto di reddito a circa mille euro al mese, vuol dire riconoscerla a chi guadagna tra i 12 mila e i 13 mila euro all’anno.
Un’altra ipotesi del governo per le pensioni minime riguarda l’innalzamento della no tax area, cioè la fascia di reddito esente da imposta, che si pensa di portarlo a 8.145 euro e cioè lo stesso livello previsto per i lavoratori dipendenti. Allo stato attuale la no tax area pensionati è pari a 7.750 euro per i pensionati fino a 75 anni e 8mila euro per i più anziani.
Rimane confermato l’APE, l’anticipo pensionistico per i contribuenti che avrebbero voluto andare in pensione e, per effetto della Legge Fornero del 2011, che ha innalzato l’età pensionistica, vi hanno dovuto rinunciare.
L’APE prevede che si possa andare in pensione fino a tre anni prima e percepire più o meno il 5% in meno. La Legge Fornero del 2011 aveva innalzato l’età pensionistica perché da uno studio effettuato risulto che si vive più a lungo e quindi si poteva andare in pensione più tardi, ma forse si è esagerato.
Gli interventi sulla riforma delle pensioni prevedono che per le categorie di lavoratori che hanno disabili a carico o che sono disoccupate da tempo o che svolgono lavori usuranti possano usufruire per l’APE di una decurtazione pari al 99% invece che 95%.
Dall’altro canto i sindacati chiedono di aumentare il numero dei soggetti che possono far richiesta di utilizzo dell’APE a coso zero, anche se non si tratta propriamente di costo zero ma almeno di una importante riduzione delle rate per la restituzione del prestito.
L’APE prevede le seguenti modalità di pensione anticipata:
- può essere utilizzato a 63 anni di età, cioè 3 anni e 7 mesi di anticipo rispetto all’età pensionabile (che è 66 anni e 7 mesi), a partire dal 2017;
- è un trattamento che il lavoratore percepisce negli anni in cui si è ritirato ma non ha ancora maturato la pensione, che viene poi restituito dallo stesso lavoratore con rate sull’assegno previdenziale distribuite su 20 anni. Un vero e proprio prestito, erogato dall’INPS, ma finanziato dal sistema bancario;
- prevede un sistema di incentivi fiscali pensato per ridurre il peso della restituzione, facendo risparmiare fiscalmente almeno parte di ciò che si spende per restituire il prestito. Per gli assegni medio-bassi l’ipotesi è di azzerare il peso delle rate e il tetto sembra essere fissato a 1200 euro netti al mese, circa 1500 euro lordi (i sindacati chiedono di portarla almeno a 1600 euro lordi);
- il peso della restituzione, che è un taglio sull’assegno previdenziale, va dal 5-6%, per coloro che si ritirano con un anno di anticipo, al 20% per coloro che si ritirano con 3 anni e 7 mesi di anticipo;
- può essere utilizzato da lavoratori dipendenti e per tutti gli iscritti a forme di previdenza pubbliche obbligatorie, compresi commercianti, artigiani, coltivatori diretti, parasubordinati;
- coloro che decideranno di utilizzare l’APE potranno anche utilizzare la Rendita integrativa temporanea anticipata, la cosiddetta RITA, in alternativa o come forma di parziale copertura finanziaria della stessa APE, questo vuol dire che si riscatta l’investimento nei fondi di previdenza integrativa, utilizzando la somma per coprire il prestito pensionistico. La misura è agevolata da uno sconto fiscale intorno allo 0,3% per ogni anno di iscrizione al Fondo superiore ai 1, con una tassazione che può scendere al 9%.
Nel caso di crisi aziendali, il trattamento di pensione anticipata è a carico dell’azienda.
Sotto una determinata soglia di reddito, il trattamento di pensione anticipata sarà a carico dello Stato e il pensionato non dovrà restituire nulla.
La Fornero del 2011 tra le varie problematiche sollevate, ha generato anche i cosiddetti lavoratori esodati, molti dei quali sono rimasti, ancora oggi, senza pensione e senza stipendio. Gli Esecutivi degli anni successivi non sono ancora stati capaci di trovare una soluzione per far quadrare i bilanci e di garantire una vecchiaia dignitosa a chi ha speso la propria vita a versare contributi.
L’argomento più insidioso è quello della flessibilità, per il quale si richiede un intervento al Senato. L’ipotesi è un ricalcolo contributivo della pensione, molto penalizzante in quanto la pensione subirebbe un taglio che va dal 15 al 20% fino ad arrivare al 30%.
Altra ipotesi al vaglio è quella di consentire il cumulo delle contribuzioni versate in più Casse previdenziali al fine di maturare il diritto ad una prestazione pensionistica. Si prevede che il cumulo sia gratuito con calcolo pro-rata in base alle regole di ciascuna gestione.
I lavoratori precoci cioè coloro che avevano almeno 12 mesi di contributi prima dei 19 anni di età, potranno andare in pensione con 41 anni di contributi se rientrano nelle seguenti categorie:
- disoccupati di lunga durata;
- persone disabili;
- lavoratori con mansioni usuranti.
Altra ipotesi è quella di allargare la definizione di lavori usuranti includendo anche edilizia, infermiere di sala operatoria, maestre d’infanzia e macchinisti.
Tutte le ipotesi sopradescritte saranno chiarite, comunque nel Documento di Economia e Finanza con il quale verranno stabiliti gli obbiettivi di bilancio per i prossimi tre anni.
Non ci resta che aspettare.
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